Molti
registi, interpretando il loro mestiere come impegno civile, attaccano le
istituzioni e il marcio che, spesso, si nasconde dietro il potere. La denuncia
dei mali della società è impietosa e non implica necessariamente il
suggerimento dei rimedi. I film raccontano storie più o meno credibili: spetta
agli spettatori condividerne o meno i messaggi e a chi
detiene il potere prendere o meno dei provvedimenti.
Furono presi di mira i manicomi (Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) di Milos Forman e Matti da slegare (1975) di Marco Bellocchio), il carcere (Papillon (1973) di Franklin J. Schaffner), la famiglia (Kramer contro Kramer (1979) di Robert Benton), l'autoritarismo dei genitori (Padre padrone (1977) dei fratelli Taviani), l'educazione nei collegi e nei colleges (Nel nome del padre (1972) di Bellocchio e If (1969) di Lindsay Anderson), la polizia corrotta (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri), la stampa (Crepa padrone, tutto va bene (1972) di Jean-Luc Godard), il gioco e le scommesse truccate (La stangata (1973), di George Roy Hill), gli intrighi politici (Il caso Mattei (1972) e Cadaveri eccellenti (1976) di Francesco Rosi), il capitalismo (La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri), la violenza notturna delle metropoli (Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese), il razzismo, la guerra e i crimini perpetrati dagli uomini in ogni parte del mondo e sotto qualsiasi bandiera (Il giardino dei Finzi Contini (1970) di Vittorio De Sica, Uomini contro (1971) di Francesco Rosi, Patton, generale d'acciaio (1970) di Franklin J. Schaffner, Il cacciatore (1978) di Michael Cimino, Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola, Kagemusha, l'ombra del guerriero (1980) di Akira Kurosawa), ecc.




In Italia, per esempio, sono molti i registi - Damiano Damiani, Florestano Vancini, Carlo Lizzani, Nanni Loy, Giuseppe Ferrara, ecc - che si occupano della mafia, della criminalità organizzata e della corruzione dei politici.
Talvolta, la
denuncia lascia da parte i toni aspri e si serve dell'amaro sorriso della
commedia e del surrealismo. A tal proposito, è sufficiente ricordare cinque film
(e cinque registi), volutamente scelti da diversi paesi e da diverse scuole: M.A.S.H. (1970) di Robert Altman, Il
fascino discreto della borghesia (1972) di Luis Bunuel, La grande abbuffata
(1973) di Marco Ferreri, Io e Annie
(1977) di Woody Allen e Il
tamburo di latta (1979) di Volker Shlondorff.



Il secondo tema ampiamente trattato a partire dagli anni Settanta è
quello della crisi.
La
constatazione di un mondo che è cambiato troppo in fretta
suscita i ricordi di Federico Fellini in Amarcord (1974) e quelli di Ermanno Olmi ne L'albero
degli zoccoli (1978); la civiltà che si fa strada contaminando la natura
viene denunciata da Jerry Schatzberg
ne Lo spaventapasseri (1973) e da Akira Kurosawa in Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure (1975); la
fragilità degli affetti, la mancanza di certezze e l'incubo della solitudine e
dell'emarginazione vengono narrati da Joseph Losey in Messaggero d'amore (1971), da Michelangelo Antonioni in Zabriskie
Point (1970) e Professione: reporter
(1974), da Bernardo Bertolucci
in Ultimo tango a Parigi (1972) e
da Francis Ford Coppola ne La
conversazione (1974); la crisi dell'arte che non soddisfa più l'esigenza
dello spirito ispira Francois Truffaut
in Effetto notte (1973) e Bob Fosse in All
That Jazz (1979), ecc.


Verso un cinema impegnato
E' sbagliato,
tuttavia, credere che "il cinema della crisi" coincida con quella
"crisi del cinema" che ci sarà nell'ultimo ventennio del secolo. Per
il momento, la parola "crisi" serve da sprone per concepire un cinema
moderno, per sperimentare nuove tecniche e nuovi linguaggi. Si sta tentando,
insomma, di raccogliere l'appello lanciato verso la
metà degli anni Sessanta da Pier Paolo Pasolini e da lui stesso messo in atto
con la trilogia de Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il
fiore delle mille e una notte (1974): fare un cinema colto e di poesia.
I primi sintomi arrivano dalla Germania, dove il nuovo cinema tedesco (Rainer Werner Fassbinder, Wim Wenders, Volker Schlondorff, Helma Sanders, Margareta von Trotta, Alexander Kluge, Werner Herzog, ecc.), potendo usufruire dei finanziamenti dello stato e di alcuni enti televisivi, dà vita ad una sperimentazione di grande interesse intellettuale e politico che concepisce l'attività filmica come il prolungamento di quella saggistico-letteraria.

(Wim Wenders) (Margareta
von Trotta)
(Werner Herzog)

(Kean Loach) (Ariane Mnouchkine)


(Roberto Benigni) (Giuseppe Tornatore)
E' il caso
dell'indiana Mira Nair, dell'africano del Burkina Faso Idrissa
Ouedraogo, dell'iraniano Abbas
Kiarostami, del keniota C. Doukouré,
dell'australiano Peter Weir,
del polacco Krzysztof Kieslowski,
dello iugoslavo Emir Kusturica,
del greco Thodoros Anghelopulos,
dello spagnolo Carlos Saura, del colombiano Sergio Cabrera, ecc.


L'ultimo
capitolo della storia del cinema è caratterizzato da continue innovazioni che,
pur apparendo in un primo momento come la causa principale del declino di
un’arte che ha superato un secolo di vita, in realtà contribuiscono in modo determinante a mutare i rapporti tra produttori, registi e
spettatori.
Protagonista di queste trasformazioni, nel male e nel bene, resta
la televisione. Per colpa del piccolo schermo, infatti, la produzione
dei film diminuisce drasticamente e le sale cinematografiche vengono chiuse un po' dappertutto; ma grazie alla
televisione vengono recuperati vecchi capolavori e aumenta il numero degli
spettatori cinefili.
La
modernizzazione completa del cinema arriva con la sperimentazione
delle tecnologie più avanzate (dalla riproduzione chimico-meccanica
dell'immagine a quella elettronica, dall'informatica digitale alla computerizzazione) che
permette la realizzazione di film campioni d'incasso (block busters), la realtà virtuale, il ricorso alle multisale, l'intervento diretto della televisione nella
produzione cinematografica, il mercato delle videocassette, ecc.
La sala
cinematografica resta, comunque, insostituibile per
vivere le emozioni prodotte dagli effetti speciali, ma sono pochi i registi che
danno le stesse garanzie di successo che avevano dato Stanley
Kubrik con 2001:
Odissea nello spazio (1968), George Lucas con Guerre stellari (1977) e Robert Wise con Star Trek
(1979). Trattandosi di megaproduzioni, ci si tutela scegliendo soggetti
avvincenti che richiamano un vasto pubblico e affidando la direzione a gente
esperta: Spielberg per I predatori dell'arca
perduta (1981), E.T. l'extra-terrestre (1982),
Indiana Jones e il tempio maledetto (1984), Indiana
Jones e l'ultima crociata (1989), Jurassic Park (1993), Schindler's
list (1993), Salvate il soldato Ryan (1998); Sergio Leone per C'era una volta in
America (1984); Coppola per Cotton club
(1984), Tucker (1988); Richard
Lester per Superman
II (1980), Superman III (1983); Bernardo Bertolucci per L'ultimo imperatore (1987); Oliver Stone per JFK, un caso
ancora aperto (1991); Robert Zemeckis
per Forrest Gump
(1994); Anthony Minghella
per Il paziente inglese (1996), James Cameron per Titanic (1998) …



Ciò non vuol
dire, tuttavia, che ai nostri giorni per fare un film di successo bisogna
necessariamente investire un enorme capitale. E' vero che gli spettatori
continuano ad andare al cinema per stupirsi, ma è anche vero che lo stupore può
arrivare anche attraverso le emozioni. La prova? Film italiani e stranieri
dell’ultimo ventennio prodotti a costi relativamente bassi che, pur narrando
vicende regionali, sono riusciti ad entusiasmare gli spettatori di tutto il
mondo: Nuovo Cinema Paradiso (1989) di Giuseppe Tornatore,
La vita è bella (1998) di Roberto Benigni, Il favoloso mondo di Amélie (2001)
di Jean-Pierre
Jeunet, La
stanza del figlio (2001) di Nanni Moretti,
Respiro (2002) di Emanuele Crialese, Les
Choristes (2004)
di Christopher Barratier, Little
Miss Sunshine (2006) di Jonathan Dayton e Valerie Faris, La classe
(2008) di Laurent Cantet, Gomorra (2008)
di Matteo Garrone, The Millionaire (2008) di Danny Boyle.
Film che, in modo diverso ma con analogo
entusiasmo, inneggiano a tutto ciò che il cinema ha saputo dare agli spettatori
in più di un secolo di vita: fantasia e realtà, distensione e riflessione,
gioia e pianto, ricordi e passioni.

