
Il cinema senza rughe
Schede filmiche a cura di Italo Spada
dal 1981 al 2008

1981
PISO PISELLO
Peter Del Monte
Italia
Con: Luca Porro, Fabio Peraboni, Valeria D'Obici, Alessandro Haber.
Oliviero è un ragazzino serio e maturo, nonostante i suoi 13 anni. Il suo sogno è quello di diventare un ingegnere nucleare. Egli vive a Milano, in una famiglia scombinata: i suoi genitori, infatti, sono due relitti della contestazione del 1968. Un giorno, per caso, Oliviero incontra May, una ragazza straniera che, avendo alzato un po' il gomito, finisce nel suo letto. May scompare, ma dopo un po' riappare dicendo di essere in attesa di un bimbo concepito con Oliviero. I genitori del ragazzo sono sconvolti, impreparati, immaturi per la loro mansione di nonni; Oliviero, invece, non intende sottrarsi ai suoi nuovi doveri di padre. Quando nasce Cristiano (Pisello), May scompare ancora una volta, ma dopo due anni spedisce il piccolo Cristiano ad Oliviero e va via per sempre dalla sua vita. Per non vivere in contrasto con il padre e la madre, Oliviero fugge da casa portando con sè il piccolo Cristiano. I due vanno in giro vagabondando per una città sconosciuta e incontrando strani tipi; Oliviero sperimenta su di sè quanto sia difficile sopravvivere e ottenere un posto di lavoro. Il piccolo Cristiano, intanto, finisce in un orfanotrofio, ma riesce a scappare e a ricongiungersi con il padre su un tram. Oliviero, insieme ad alcuni amici, riesce a ricostruire un Luna Park distrutto da un incendio; nel Luna Park si fermerà anche il padre di Oliviero, che si è ridotto a fare una vita da zingaro. La madre di Oliviero, invece, lascia Milano per andare in... Cambogia. Il film finisce con Oliviero e Cristiano che, dopo aver deciso di tornare a casa, si fermano a contemplare un cartellone pubblicitario che raffigura una grande bocca di donna, che invita alla tenerezza e all'amore.
Peter Del Monte
(San Francisco, 1943 - )
Laureato in lettere con una tesi sul cinema italiano, nel 1969 si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, realizzando FUORI CAMPO. Dopo un lungo periodo dedicato alla critica cinematografica, dirige due film per la RAI: LE PAROLE A VENIRE e LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS. Regista raffinato, profondamente legato alla cultura classica europea, predilige ambientare le sue storie in piccoli spazi e con un limitato numero di personaggi. Si dimostra regista abile a svelare la psicologia dei protagonisti con piccoli e dosati particolari e dopo averli "seguiti" nella loro quotidianità. Non riuscendo ad ottenere sovvenzioni finanziarie, si trasferisce momentaneamente in Francia e solo dopo il successo di PISO PISELLO convince una certa parte della critica. Ritornerà a trattare temi legati ai problemi dei ragazzi con PICCOLI FUOCHI (1985).
Altri suoi film da ricordare: IRENE, IRENE (1975), L'ALTRA DONNA (1980), INVITO AL VIAGGIO (1982), GIULIA E GIULIA (1987), ETOILE (1988), TRACCE DI VITA AMOROSA (1990), COMPAGNA DI VIAGGIO (1996) LA BALLATA DEI LAVAVETRI (1998), CONTROVENTO (2000).
PISO PISELLO si presenta come una storia moderna ed originale. La saggezza del ragazzo padre si contrappone in modo netto alla grettezza e alla nevrosi degli adulti. I veri bambini di questo film sono i genitori di Oliviero, immaturi, timidi, capricciosi, legati a grossi progetti ma perennemente in crisi. Perfino il piccolissimo Cristiano impartisce lezioni di maturità alla madre e ai nonni. In tal senso, si ha l'impressione che Peter Del Monte voglia sostenere la tesi che la nuova generazione è senz'altro migliore di quella che tante arie s'è data durante la contestazione del '68. Concreta e responsabile, accetta le proprie responsabilità e si limita a constatare l'assenza di un ruolo materno (la sequenza finale del cartellone pubblicitario), senza strapparsi i capelli e senza arrivare alla tragedia.
"E' una favola piacevole, garbatamente ironica e istruttiva. Balzano agli occhi, come sfondo della vicenda, gli aspetti disumani della grande città, ove si può anche vivere contenti, come fa il Barbone, in compagnia degli animali dello zoo o addirittura nelle fogne. Basta avere un po' di fantasia. Si possono fare vagabondaggi poetici col Bamba sui tram di Milano, accontentandosi di dormire sul palco di un circo o in una balena di cartapesta. Basta amare la propria libertà. Ma gli aspetti più positivi del film si colgono nel rapporto affettivo fra il ragazzo padre, Oliviero, e il suo bambino, Pisello (interpretati benissimo da Luca Porro e Fabio Peraboni), rapporto sano, spontaneo, colmo di poesia in contrasto con i nonni (trenta-quarantenni) immaturi, regrediti nel velleitarismo inconcludente e nello snobismo artistico-culturale. Conducendo una vita vuota, vogliono realizzarsi, esprimersi. Il giovane nonno finirà giocoliere-imbianchino-zingaro in un luna-park; la giovane nonna partirà per la Cambogia, con un gruppo di amiche squinternate, nella fasulla speranza di dare un senso alla vita. In un mondo in cui troppi adulti sono scervellati, i piccoli insegnano ad avere cervello. Quando il padre domanda ad Oliviero se a scuola contesta gli insegnanti, il figlio tredicenne risponde: "Ma papà, la contestazione giovanile è ormai roba da vecchi". L'innocenza e la saggezza di Oliviero, le sue situazioni e ansie per una responsabilità superiore alla sua età, il suo candore e coraggio, trapuntati di ironia, ci fanno respirare in un mondo sano, ove c'è ancora tanto da sperare." (SEGNALAZIONI CINEMATOGRAFICHE, Periodico settimanale, 1982, XCII /2)
"Miracolo a Milano 1981: un tredicenne diventa padre, scappa di casa con il figlioletto e matura rapidamente a contatto con la fauna della metropoli (...) Muovendo da un'accensione bizzarra, l'apologo di Bernardino Zapponi vuol essere un atto di speranza nelle generazioni prossime venture: se il '68 ha mancato il bersaglio dell'utopia, confidiamo nel mondo salvato dai ragazzini." (Tullio Kezich, IL NUOVISSIMO 1000 FILM , Mondadori)
"PISO PISELLO, film nato da un'idea in apparenza paradossale e zavattiniana, mostra la precarietà delle strutture e dei modelli fondanti l'attuale società, rivelando una vena ironica finora abilmente dissimulata e una imprevedibile duttilità stilistica." (Gian Piero Brunetta, STORIA DEL CINEMA ITALIANO, Vol. 2, Editori Riuniti)
"Favola metropolitana postzavattiniana sul mondo adulto e sulla crisi delle ideologie visti con gli occhi di un innocente. Lezioso e irrisolto nelle sue ambizioni." (DIZIONARIO DEI FILM a cura di Paolo Mereghetti, Ed. Baldini & Castoldi)

1982
E. T. L' EXTRATERRESTRE
(E. T. The Extraterrestrial)
Steven Spielberg
USA
Con: Henry Thomas, Drew Barrymore, Peter Coyote, Dee Wallace.
Un'astronave atterra in un bosco situato alla periferia di una tranquilla cittadina americana, ma è costretta a ripartire rapidamente senza che un piccolo alieno, avventuratosi inopportunamente da solo, abbia potuto fare ritorno nell'abitacolo. Un gruppo di scienziati, coadiuvato dalle forze del luogo, si mette sulle tracce dell'extraterrestre e gli dà la caccia. Smarrito e in preda all'angoscia, l'alieno finisce per caso nel terreno di una villa di proprietà di una donna abbandonata dal marito e madre di tre figli. Il secondo dei figli, Elliott, è il primo ad imbattersi in lui. Il bambino, dopo qualche attimo di paura, fa amicizia con lo strano essere, decide di chiamarlo E.T., di nasconderlo nella sua casa, di proteggerlo con l'aiuto del fratello maggiore e della sorellina, di nutrirlo, di iniziarlo alle usanze dei terrestri e di fornirgli mezzi di fortuna per farlo mettere in contatto con quelli della sua "casa" celeste. Fra i due nasce anche un legame di telepatia, per cui, un giorno, quando l'atmosfera terrestre indebolisce l'organismo di E.T., anche Elliott si ammala. Intanto, gli scienziati, già sulle tracce dell'extraterrestre, irrompono nella casa del ragazzo e catturano E.T.. I due stanno male e sono sotto osservazione. E.T., per salvare Elliott, interrompe il contatto telepatico e muore. Quando il suo corpo sta per essere portato via, però, il bambino si accorge che E.T. è vivo e con l'aiuto del fratello e di altri ragazzi tenta di portarlo in salvo. I ragazzi, dopo una fuga in bicicletta e un "fantastico" volo che ridicolizza un posto di blocco della polizia, fanno in tempo ad arrivare all'appuntamento con l'astronave, ritornata sulla terra per recuperare E.T..
Steven Spielberg
(Cincinnati, 1947 - )
Figlio di un ingegnere esperto in computer, gira il suo primo "film" a 13 anni e con la cinepresa 8mm del padre. A 16 anni realizza un film di fantascienza della durata di oltre 2 ore. Nel 1965 si diploma al California State College e, dopo aver girato un altro cortometraggio, firma un contratto con la Universal. Passa alla televisione e collabora a una serie di telefilm. Uno di questi - DUEL (1971) - sorprendentemente pieno di tensione, viene distribuito a livello internazionale e gli procura un inaspettato successo. Con questo film Spielberg inizia la sua vera carriera cinematografica che sarà caratterizzata da un felice dosaggio di talento, fortuna e acume commerciale. Nelle sue opere la tecnica e gli effetti speciali sono completamente al servizio dello spettacolo ed egli andrà sempre alla ricerca di nuovi trucchi per stupire e affascinare lo spettatore. I personaggi delle sue storie sono persone normali alle quali, però, accadono dei fatti imprevisti e straordinari. Spesso, si tratta di protagonisti-bambini e il racconto si muta in fiaba. Divenuto anche produttore, Spielberg realizza (direttamente o con la collaborazione di altri celebri registi) storie tra realtà e fantasia, come la serie di AI CONFINI DELLA REALTA' (1983) di J. Dante, J. Landis, G. Miller e quella di RITORNO AL FUTURO di Bob Zemeckis.
Vasta e fortunata la sua filmografia, nella quale è indispensabile ricordare: SUGARLAND EXPRESS (1974), LO SQUALO (1975), INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO (1977), 1941: ALLARME A HOLLYWOOD (1979), I PREDATORI DELL'ARCA PERDUTA (1981), POLTERGEIST (1982), INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO (1984), IL COLORE VIOLA (1985), L’IMPERO DEL SOLE (1987), HOOK (1991), SCHINDLER'S LIST (1993), JURASSIC PARK (1997), AMISTAD (1997), SALVATE IL SOLDATO RYAN (1999), A.I. INTELLIGENZA ARTIFICIALE (2001)
I bambini di E.T. - dai protagonisti ai personaggi secondari - sembrano portare avanti tutti quei valori che la civiltà, la scienza e gli adulti hanno dimenticato: l'amicizia, l'amore per gli animali, il rispetto per gli altri, la comunicazione. Elliott, per salvare l'alieno, trova validi alleati nei fratelli e negli amici, i quali, dopo qualche diffidenza iniziale, sono pronti a collaborare con lui. I grandi, invece, non lo capiscono, lo ostacolano, gli danno la caccia. La lezione di Spielberg - moralista e scontata quanto si vuole - è chiara: se non si recuperano certi valori si rischia di restare vittime della propria presunzione. La stessa scienza non può spiegare tutto. "Ciò che c'è altrove" non si differenzia di molto da "ciò che c'è sulla terra": esseri indifesi e deboli che hanno solo il desiderio di far ritorno a casa. Citazione a parte merita il "piccolo" E.T. - il sofisticatissimo pupazzo progettato da Carlo Rambaldi (premiato con l'Oscar) e capace di 150 movimenti diversi - per il suo sguardo da cucciolo indifeso e per la sua simpatia di monello venuto dallo spazio.
"Il regista produttore non rinuncia a uno solo dei suoi materiali narrativi e semantici prediletti: il piacere della favola futuristica; la simpatia per i bambini e puri di cuore in genere; gli ambienti suburbani; l'irruzione dell'insolito nel quotidiano, che è un carattere precipuo del fantastico." (Roberto Nepoti in DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA, a cura di Fernaldo Di Giammatteo, Editori Riuniti)
"Film confezionato su misura per un pubblico di bambini ed adulti emotivi, E.T. sfrutta nel modo più ingenuo e "americano" i sentimenti più semplici fino a fare esplodere una autentica alluvione di lacrime. Su tutto e tutti sovrasta e giganteggia l'alieno, opera di Carlo Rambaldi, che con la sua bruttezza riesce ad essere di una simpatia trascinante. Forse proprio per E.T. il film funziona più ancora che per la regia di Spielberg o per la qualità delle riprese." (SEGNALAZIONI CINEMATOGRAFICHE, Periodico settimanale, 1983, XCIV/3)
"Un'orgia di carinerie, basata su una miscela di melodramma e umorismo, buoni i sentimenti e critica ai valori costituiti, grande spettacolo tecnologico e coinvolgimento emotivo, rimandi culturali ed effetti speciali." (Laura e Morando Morandini, Telesette, riportato anche su CinEnciclopedia 2, 1994 Editoria Elettronica Editel, dall'archivio cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)
"... perfettamente in equilibrio tra messaggio d'amore (chi viene dallo spazio non porta guerra ma bontà) e commozione melodrammatica (...) il film è attraversato da un ottimismo entusiasta, sempre sul punto di scivolare in un misticismo di maniera, ma che qui riesce a toccare i tasti più profondi della psiche umana: quella che altrove potrebbe essere definita puerilità qui diventa innocenza. (...) Il film indica nella purezza di cuore dei bambini l'unica possibilità per poter continuare a sperare in un futuro più roseo." (DIZIONARIO DEI FILM a cura di Paolo Mereghetti, Ed. Baldini & Castoldi)
"Spielberg miscela abilmente la moda della fantascienza e il mondo dei buoni sentimenti caro a Walt Disney. Il film vince su tutti i fronti: emozione, spettacolo, effetti speciali e un bel messaggio di fratellanza universale. Da vedere con gli occhi dell'innocenza." (Francesco Mininni, Magazine italiano TV riportato anche su CinEnciclopedia 2, 1994 Editoria Elettronica Editel, dall'archivio cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)
"...dall'esterno non giunge un nemico ma un amico, l'extraterrestre umanoide venuto da lontano a portare un messaggio di amore e di pace, pieno di affettuosa benevolenza e simpatia per gli umani. Come in tutti i film di Spielberg, l'evento straordinario rompe un ordine, ma ora per una superiore ricomposizione addirittura cosmica. E' una venatura mistica in realtà assai fastidiosa e, diciamo pure, puerile, ma è proprio nella "puerilità", nel candore dell'uomo medio o del bambino medio che Spielberg ripone, su questa terra, ogni speranza, perché solo i suoi occhi puri saranno capaci di affrontare il futuro. (...) "Smontare" questi film non è poi così facile, tanto i riferimenti sono numerosi, e, assorbiti, fatti propri, rivissuti con una incredibile commistione di conoscenza e adesione. Ci vogliono psicanalisi e strutturalismo, semiologia e marxismo insieme." (G. Fofi, M. Morandini, G. Volpi, STORIA DEL CINEMA, Vol. 3**, Garzanti)

1983
FANNY E ALEXANDER
(Fanny och Alexander)
Ingmar Bergman
Svezia
Con: Gunn Wallgren, Ewa Froling, Erland Josephson, Pernilla Allwin, Bertil Guve.
In una città di provincia della Svezia, agli inizi del secolo, una numerosa famiglia borghese si accinge a festeggiare il Natale, dandosi convegno in casa della vedova ed ex attrice Helena Ekdahl. Gli Ekdahl sono noti per la loro passione per il teatro e il figlio Oscar dirige, non senza qualche difficoltà finanziaria superata grazie all'aiuto della madre, quello cittadino recitando assieme alla moglie Emile. Oscar ed Emile hanno due figli: la piccola Fanny e il giovanissimo Alexander, un ragazzo dotato di molta predisposizione a sognare a occhi aperti e, per questo, appassionato di marionette e delle immagini proiettate dalla sua "lanterna magica". Poco tempo dopo, Oscar è colpito da un malore durante la prova dell' "Amleto" e muore. Emile si risposa con il vescovo protestante Vergerus, che conduce una vita completamente opposta a quella degli Ekdahl. Emile e i bambini sono costretti ad andare a vivere nel vescovado, insieme alle acide donne di Vergerus (madre, sorella, zia malata, serve e cuoche). Fanny e Alexander si trovano male nella nuova casa e ben presto anche Emile comprende di avere sposato l'uomo sbagliato. Giunta al limite della sopportazione (accentuato dall'odio che soprattutto Alexander manifesta in più occasioni per il nuovo "papà"), Emile chiede il divorzio, ma Vergerus glielo rifiuta, minacciandola - codice alla mano - di toglierle persino l'affidamento dei bambini, compresa la nuova creatura che hanno concepito insieme e che sta per nascere. Emile, allora, chiede aiuto ad Helena: questa organizza, grazie alla complicità dell'antiquario ebreo Isak Jacobi, che è ormai entrato a far parte della famiglia, un vero e proprio rapimento dei nipotini. Nascosti nella casa-magazzino di Isak, i ragazzi vivono esperienze fantastiche. Una notte, Alexander incontra Ismael (orfano, pazzo e sensitivo) che vive appartato in una stanza e che gli rivela ciò che sta avvenendo nel vescovado: la zia malata di Vergerus ha involontariamente preso fuoco, si è precipitata nella stanza del vescovo, intontito da un sonnifero somministratogli da Emile che intendeva lasciarlo definitivamente, e lo ha coinvolto nelle fiamme. La morte di Vergerus fa riprendere la normale vita ad Emile e ai figli che possono tornare in casa Ekdahl con la nonna. Emile dopo avere dato alla luce una bambina, prepara un rientro sulle scene convincendo la suocera Helena a recitare con lei in un dramma di Strindberg.
30 Luglio 2007 (89 anni), Faro (Svezia)
Ingmar
Bergman
(Uppsala, 1918 – Isola di Faro, 2007)
Figlio di un pastore protestante, comincia ben presto ad interessarsi di teatro, dirigendo il gruppo filodrammatico dell'Università di Stoccolma dove studia storia e letteratura. Nel 1940 diventa prima aiuto regista e poi regista al Teatro Reale dell'Opera. Assunto dalla "Svensk Filmindustri", dopo essersi fatto notare per una sceneggiatura per un film di Alf Sjoberg - SPASIMO (1944) - realizza il suo primo film: CRISI (1945). Pur riconoscendogli qualche abilità, la critica lo sottovaluta e ignora. Maggiori e migliori sono, invece, i riconoscimenti che ottiene come regista teatrale. Nel 1947 gli viene affidata la direzione del teatro comunale di Goteborg. Nel 1950, Bergman riprova a girare film e il suo ESTATE D'AMORE ottiene qualche riconoscimento alla Mostra di Venezia. Dopo avere scritto e diretto altri film vertenti soprattutto sui problemi dei giovani, approda al surrealismo e all'espressionismo. Si impone all'attenzione dei critici di tutto il mondo con IL SETTIMO SIGILLO (1956). E' con questo film che inizia anche la sua continua ricerca esistenziale, nella quale assumono particolare rilevanza i problemi legati alla religione, alla presenza di Dio, al suo "silenzio" e ai misteriosi perché del dolore e della morte. Stabilitosi nell'isola di Faro, affida a pochi e stretti "collaboratori" il compito di "esternare" le sue idee: al fotografo Sven Nykvist; agli attori Max Von Sydow, Gunnar Bjornstrand, Liv Ullmann, Ingrid Thulin. Dopo avere annunciato più volte il suo addio al cinema, dichiara di avere firmato con FANNY E ALEXANDER il suo ultimo film. Muore a 89 anni nella sua cara isola sul Mar Baltico.
Per una soddisfacente filmografia è necessario accennare almeno alle sue opere più note: SORRISI DI UNA NOTTE D'ESTATE (1955), IL SETTIMO SIGILLO (1956), IL POSTO DELLE FRAGOLE (1957), IL VOLTO (1958), ALLE SOGLIE DELLA VITA (1958), LA FONTANA DELLA VERGINE (1959), COME IN UNO SPECCHIO (1961), LUCI D'INVERNO (1962), IL SILENZIO (1963), PERSONA (1966), L'ORA DEL LUPO (1966), LA VERGOGNA (1968), SUSSURRI E GRIDA (1973), SCENE DA UN MATRIMONIO (1973), IL FLAUTO MAGICO (1974), L'IMMAGINE ALLO SPECCHIO (1976), L'UOVO DEL SERPENTE (1977), SINFONIA D'AUTUNNO (1978), UN MONDO DI MARIONETTE (1980), FANNY E ALEXANDER (1983).
FANNY E ALEXANDER - premiato con 3 Oscar - è un "lungo film" realizzato a puntate per la tv svedese (5 puntate per un totale di 312 minuti) e poi rimontato per la normale distribuzione. Dopo cinque anni di esilio volontario per motivi fiscali, Bergman ritorna a girare in patria e dichiara di voler chiudere con quest'opera la sua attività di regista cinematografico per tornare alla TV e al teatro, suo primo amore. Qualcuno ha visto in esso una "rivoluzione nella filmografia" bergmaniana, probabilmente a causa del finale "positivo" della storia narrata. A ben leggere, c'è in FANNY E ALEXANDER il "riassunto" di tutta la filmografia precedente del regista svedese: l'autobiografismo, il teatro, la tradizione, l'aspetto lugubre della religione, il mistero, la maschera, la lanterna magica, le donne, la pazzia, la malattia, l'infanzia... Più che marcata la figura di Alexander-Ingmar: ragazzo sognatore e ribelle, legato alla madre e alla nonna, ma perennemente assillato dal fantasma del padre, credente e spergiuro.
"Il regista dichiara che FANNY e ALEXANDER è il suo ultimo film: lascia il cinema per dedicarsi esclusivamente al teatro. Sogno, fantasticherie, incubi, crudeltà, dolcezze, abbandoni, illusioni e gusto dello spettacolo (la vita come spettacolo): questa è la summa di Bergman offerta al pubblico come un testamento." (Diego Cassani in DIZIONARIO UNIVERSALE DEL CINEMA, a cura di Fernaldo Di Giammatteo, Editori Riuniti)
"Sotto il segno di una serena e stoica accettazione della vita - di tutta la vita con le sue molte maschere: commedia, dramma, tragedia, magia, sogno - si pone la grande e sontuosa saga di FANNY E ALEXANDER, con cui Bergman ha dichiarato di congedarsi dal cinema (...) Film-testamento, riepilogo di un lungo cammino, contrassegnato da un alto magistero narrativo, appena sfiorato dall'ombra dell'accademia, FANNY E ALEXANDER è una vulgata del Bergman più vitale, tra SORRISI DI UNA NOTTE D'ESTATE e IL VOLTO, tra Hjalmar Bergman e il grand-guignol, tra commedia familiare di famiglia-clan e i grandi temi della vita e della morte ai limiti del magico. La sua famiglia di artisti al volgere del secolo è una dimostrazione quasi utopica (ma di un'utopia al passato) della possibilità di vivere naturalmente anche la morte e le passioni, ma è sconvolta dall'intervento esterno e repressivo di un pastore protestante (quasi caricaturale) contro cui si concentra l'odio del regista per i padri puritani della cultura nordica. Il piccolo Alexander, affascinato dal teatro e dalla lanterna magica, è una proiezione chiara dell'autore; egli però sa liberarsi, al contrario di Bergman, del padre negativo, e potrà crescere privo dei tormenti e dei sensi di colpa che hanno segnato il regista, forse serenamente dialettico e capace di meglio godere la vita anche nelle sue contraddizioni." (G. Fofi, M. Morandini, G. Volpi, STORIA DEL CINEMA, Vol. 2, Garzanti)
"E' una commedia che si colora anche di dramma, dove l'arte bergmaniana perviene a una serena e armonica conciliazione degli opposti della vita, vista come uno spettacolo dove "tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile"." (DIZIONARIO DEI FILM a cura di Paolo Mereghetti, Ed. Baldini & Castoldi)

1984
LA STORIA INFINITA
(Die unendliche Geschichte)
Wolfgang Petersen (1984)
Germania
Con: Barret Oliver, Gerald McRaney, Noah Hathaway.
Il piccolo Bastian ama fantasticare, ma non ama andare a scuola. Suo padre lo invita a tenere i piedi per terra e i compagni, che lo prendono in giro e vogliono da lui dei soldi, un giorno lo inseguono e lo obbligano a rifugiarsi in una libreria. Qui, Bastian prende tra le mani un libro "speciale" e, con il tacito consenso del libraio, se lo porta in un ripostiglio della scuola. Il libro è magico, perché "trasporta" il bambino all'interno della sua storia e lo fa diventare protagonista. Bastian finisce, in tal modo, in una foresta abitata da animali e maghetti spaventati per l'avanzare del grande Nulla che vuole fare sparire il regno di Fantàsia. La stessa imperatrice è gravemente malata e il mago Kairon indica nel fanciullo guerriero Atreyu l'unico eroe capace di sconfiggere Gmork, la creatura delle tenebre. Bastian, dopo avere incontrato Atreyu, si identifica sempre più in lui e insieme partono alla ricerca dell'Oracolo del Sud. Nel viaggio i due ragazzi sono costretti a superare diverse prove, ma altri personaggi verranno in loro aiuto: la saggia tartaruga Morla, il bianco Dragofortuna, la stralunata coppia di una maga e di uno scienziato... Quando fanno ritorno alla Torre d'avorio, pochi momenti prima che essa si sgretoli definitivamente, l'imperatrice di Fantàsia rivela che, grazie al terrestre Bastian, il quale con la sua lettura ha vissuto le avventure delle creature fantastiche, il regno è salvo.
Wolfgang Petersen
(Emden, 1941 - )
Appartiene ai registi della "seconda ondata" del cinema tedesco, che ha avuto in Fassbinder, Herzog, Wenders e von Trotta gli esponenti di maggiore spicco. Attivo soprattutto in televisione nel decennio 1970-79, ha acquistato notorietà con due film che, in qualche modo, si sono fatti segnalare: U-BOOT 96 (1981), storia non militarista di un sommergibile durante la guerra 1939-45, (che è stato giudicato il più grande successo internazionale nella storia del cinema tedesco dopo la guerra) e, per l'appunto, LA STORIA INFINITA, che è stato il film più costoso prodotto dalla Germania (27.000.000 di dollari). Il grande successo ottenuto in tutto il mondo dal romanzo (tradotto in 27 lingue), ha fatto sì che venisse realizzato anche un seguito - LA STORIA INFINITA 2 - ma Petersen (probabilmente per i contrasti nati con Michael Ende, che tolse il proprio nome dal film accusando il regista di avere offuscato con gli effetti speciali la dimensione favolistica del suo testo) si è rifiutato di dirigerlo e la regia è stata affidata dai produttori a George Miller.
Altri suoi film: NEL CENTRO DEL MIRINO (1993), VIRUS LETALE (1995), AIR FORCE ONE (1997), LA TEMPESTA PERFETTA (2000), TROY (2004), POSEIDON (2006).
LA STORIA INFINITA è un film classico per ragazzi. Dietro l'avventura fantastica di Bastian si cela la lezione dell'importanza e della bellezza della lettura. La fantasia che vive nei ragazzi rischia di sparire se non viene alimentata dalla lettura. Sotto l'aspetto tecnico-formale, gran parte della fortunata avventura del film è dovuta alla colonna sonora di Giorgio Moroder e alla presenza di personaggi animati da eccellenti effetti speciali che richiamano le produzioni di Lucas e di Spielberg.
"LA STORIA INFINITA (...) è un film intenso e commovente, profondamente umano, radicato com'è nella tradizione favolistica europea. (...) Già dall'inizio il film si dichiara dalla parte dei libri, dei romanzi capaci di far vivere l'immaginazione, stabilendo già la differenza fra queste tradizionali macchine dell'immaginario e i fumetti ed i loro derivati elettronici in video. (...) In partenza ci sono due storie: quella di Bastian che legge il libro rubato e sempre più si immedesima in Atreyu, protagonista della storia, e quella del regno della Fantasia minacciato e distrutto dall'invasione del grande Nulla. La relazione fra le due dimensioni del film, fra le due situazioni narrative, è continua, percorre l'intero film e viene evidenziata proprio dall'interruzione a più riprese del flusso della finzione spettacolare, per far ritornare in scena Bastian alle prese col libro. Questa meticolosa e affascinante riflessione sul rapporto esistente fra il lettore e la sua lettura fa sì che il film, nuovo testo di lettura per un altro lettore, destinato ai ragazzi, sia in realtà conforme anche agli adulti, unici destinatari forse del complesso gioco di specchi e di rimandi che costituisce anche il senso del titolo del libro e del film: La storia senza fine. Il fascino del film si manifesta allorché lo spettatore scopre di vivere una storia e nel medesimo tempo di riflettere su di essa, si accorge cioè di trovarsi attivo proprio come soggetto capace di fantasticare e come protagonista di un sistema di enunciazione e costruzione semantica a cui è contemporaneamente chiamato a riflettere: soggetto passivo ed attivo nel medesimo tempo. Diviene centrale qui il doppio senso della comunicazione che lega i due termini della situazione narrativa: Bastian non può "immaginare" senza Atreyu e quest'ultimo non potrebbe compiere la sua impresa senza l'intervento di Bastian, senza appunto la sua doppia presenza di soggetto passivo ed attivo insieme." (Michelangelo Buffa in FILM, Edizione Centro Studi Cinematografici, n.4, luglio-agosto 1985)
"E' un film fantastico con un messaggio: se gli uomini smetteranno di sognare, non riusciranno a sopravvivere. Manca, però, di tensione drammatica e di ritmo avventuroso. Dura un'ora e mezza e sembra non finisca mai." (Laura e Morando Morandini, Telesette, riportato anche in CinEnciclopedia 2 - Editoria elettronica Editel dell'archivio cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)
"Del bel romanzo di Michael Ende, un film che, pur semplificandone il testo, riesce ad affascinare e anche a esprimere concetti profondi. Gli effetti speciali meno computerizzati della media attuale, sono davvero belli. Fatelo vedere ai bambini: potrebbero imparare qualcosa." (Francesco Mininni, Magazine Italiano TV, riportato anche in CinEnciclopedia 2 - Editoria elettronica Editel dell'archivio cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)

1985
PAPA' E' IN VIAGGIO DI AFFARI
(Otac na sluzbenom putu)
Emir Kusturica
Jugoslavia
Con: Moreno de Bartolli, Miki Manojlovic, Mirjana Karanovic.
Malik è un bambino iugoslavo che vive con i suoi genitori (Mesa e Sena) e con il fratello maggiore nei pressi di Sarajevo. Siamo nel 1950 e può essere considerato reato qualsiasi atteggiamento ostile al Partito. Mesa ha un'amante carina e provetta aviatrice (desiderata anche da suo cognato, che è un piccolo funzionario del partito) e, in un viaggio in treno fatto con lei, si permette di non ridere guardando una vignetta antistalinista. La donna vuole sposare Mesa a tutti i costi; visto inutile ogni suo tentativo, si vendica denunciandolo per sospetto stalinismo. Mesa riesce ad ottenere dal cognato solo una proroga per partecipare alla circoncisione dei bambini; poi è costretto a "purgarsi" in un campo di lavoro. Malik viene informato che papà è partito per un lungo viaggio di affari, ma quando non lo vede più tornare nonostante la difficile situazione economica in cui è precipitata la sua famiglia, comincia a sospettare che qualcosa di grave gli sia successo. Per reazione, diventa persino sonnambulo. I mesi passano e arrivano finalmente notizie di Mesa: sta bene e aspetta con ansia una visita di sua moglie. Quando Sena ottiene il permesso, si reca da lui con Malik e viene a sapere che la causa dei guai della sua famiglia è proprio l'aviatrice, che nel frattempo ha sposato suo fratello ed è diventata maestra di ginnastica della scuola locale. Va a trovarla sul posto di lavoro e la riempie di botte. Passa altro tempo. Mesa finisce in un soggiorno obbligato e la famiglia può finalmente raggiungerlo. In questo nuovo posto Malik fa nuove esperienze: si affeziona ad una ragazzina, dolce e sofferente di una grave malattia del sangue; è testimone oculare delle infedeltà coniugali del padre; assiste ai litigi e alle rappacificazioni dei suoi genitori. Anche l'esilio finisce e Malik torna a Sarajevo. La famiglia si ricompone per la festa di nozze del fratello minore di Sena, ma c'è ancora tempo per qualche altro colpo di scena: i grandi si ubriacano, Malik nel raccogliere il pallone vede il padre che stupra l' ex amante, la donna tenta un ridicolo suicidio, la nazionale di calcio jugoslava batte quella sovietica... Malik cammina nel sonno (o sogna?) in mezzo al verde, si muove nell'aria, sorride malizioso verso la macchina da presa.
Emir Kusturica
(Sarajevo, 1955 - )
Giovane regista di una cinematografia "sommersa" e poco conosciuta in Italia: quella iugoslava. Studia a Praga nella "scuola cecoslovacca" degli anni '60, allievo di Otakar Vavra e nel 1978 col suo film di diploma si aggiudica un premio al festival di Karlovy Vary, ma in Europa si parla di lui, per la prima volta, nel 1981, quando con TI RICORDI DI DOLLY BELL vince a Venezia il Leone per la migliore "opera prima". PAPA' E' IN VIAGGIO DI AFFARI è il suo secondo film e viene premiato prima al Festival di Pola per la migliore sceneggiatura e con le "Arene d'oro" ai due attori principali adulti e poi con la Palma d'oro al Festival di Cannes 1985.
Altri suoi film: IL TEMPO DEI GITANI (1989), ARIZONA DREAM (1992), UNDERGROUND (1995), GATTO NERO, GATTO BIANCO (1998), LA VITA E’ UN MIRACOLO (2004)
Malik, il piccolo protagonista di PAPA' E' IN VIAGGIO D'AFFARI, è il tipico bambino che vive la sua infanzia passando attraverso esperienze diverse. In un primo momento, quando scopre la pietosa bugia della mamma, si rifugia nel sonnambulismo; poi, entrando sempre più nel complicato mondo dei grandi, reagisce con i dispetti, con le perplessità e, infine, con un sorrisetto malizioso rivolto allo spettatore e, tramite lui, al mondo intero.
"Un capitolo di storia contemporanea vista in sottotono, attraverso gli occhi che si fan via via più smaliziati del piccolo Malik: il rifiuto della Iugoslavia titoista di farsi fagocitare dalla grande sorella sovietica, il cercare di sottrarsi allo stalinismo magari adottandone i metodi, una piccola storia personale, quella del papà di Malik, persa nelle mille e più storie di tanti altri come lui, che han vissuto e, magari, sofferto, la faticosa ricerca di una via socialista delle repubbliche iugoslave durante i duri anni Cinquanta. La storia, per Kusturica, non è quella con la S maiuscola di, tanto per fare un esempio, Costa-Gravas (...) Mentre i grandi vivono e soffrono i loro sbagli o le loro imprudenze, il piccolo Malik sorvola lieve la realtà con la sua "scelta" di sonnambulo. Scorrazza nella notte - periodo che è interdetto ai bambini - e trae profitto da questa sua peculiarità acquisita per introdursi candidamente nel letto della ragazzina di cui si è innamorato. Sfrutta, altresì, il sonnambulismo, per infiltrarsi nel letto dei genitori, dividendoli. Sono i piccoli trionfi che un bambino può permettersi, slegato com'è ancora dalle rigide regole che gli adulti devono rispettare." (Loredana Leconte in FILM, Centro Studi Cinematografici, 1986)
"Il nucleo poetico del film è, però, Malik e il suo sonnambulismo: in una certa misura la vicenda è raccontata attraverso i suoi occhi innocenti. E quella colonna sonora con il motivo ricorrente delle radiocronache delle partite di calcio della nazionale jugoslava è un contrappunto funzionale. Non aveva tutti i torti quel giovane critico di "Cineforum" a dire che Truffaut è morto, ma ci è rimasto Kusturica." (M. Morandini, IL GIORNO, 8/4/1986)
"Malik indovina oscuramente il meccanismo della bugia di sua madre, la quale si accanisce a mantenere, con l'altro figlio che sogna il cinema, un'atmosfera familiare felice. Ma lo spirito del bambino si rivolta davanti all'ingiustizia subita dai suoi genitori attraverso crisi di sonnambulismo incomprensibili, imprevedibili e pericolose. (...) Malik vive così i disordini di suo padre, i rimproveri di sua madre, e il suo primo amore per una piccola russa, romantica e fragile. E se la convivenza familiare resiste, malgrado le tempeste, l'idillio di Malik finisce tragicamente. Sicché, scoperto che gli adulti non sono così sereni come sperava e che il destino può essere crudele anche con i bambini, Malik diventa sonnambulo. E' un meccanismo di difesa che il bambino perfeziona: potrà così diventare grande, sveglio davanti alla radio quando gli jugoslavi regolano i loro conflitti ideologici con i russi vincendo (3 a 1) un incontro di calcio, attento quando suo nonno dichiara che la politica non gli interessa più; sonnambulo solo quando si tratta di conservare il lato positivo delle cose e dei sentimenti o di godersi, al tramonto, gli splendidi colori delle colline della Bosnia." (IL RESTO DEL CARLINO, 29/3/1986)
"Non è come tutti gli altri, del resto, questo piccolo protagonista. Soffre (o gode) di sonnambulismo, e il mondo lo guarda sempre un po' dall'alto o in sogno, con occhi che dilatano ogni cosa, fino a raggiungere sensi altri, dimensioni diverse. Le dimensioni dell'infanzia, certo, ma anche quelle della poesia. Gli occhi del bambino, infatti, sono quelli dell'autore che ricorda, e tutta la favola vera che il bambino vive è filtrata attraverso gli stessi gusti, gli stessi colori, gli stessi toni con cui Kusturica si è avvicinato al cinema quattro anni fa." (IL TEMPO, 26/3/1986)
"Divertentissima commedia in cui Kusturica affina lo stile di una critica politica filtrata dalla nostalgia e dalla simpatia umana: con una maturità insolita, il regista sa fondere la cronaca familiare e la descrizione dell'infanzia con il bilancio storico di una società in uno dei suoi momenti cruciali, unendo emozione e derisione, critica incisiva e calore umano, una tendenza al pessimismo e una sorta di gioioso stupore di fronte alla saggezza della vita. Eccezionale il piccolo e sognante protagonista, al quale spetta la migliore battuta, riferita alla circoncisione: "Una fregatura, ti prendono il birillo e te ne tagliano via un pezzo"." (DIZIONARIO DEI FILM a cura di Paolo Mereghetti, Ed. Baldini & Castoldi)
"Il bimbo Malik somiglia al piccolo Bruno di "Ladri di biciclette" nel senso che affronta indirettamente, all'ombra di una disavventura paterna, la difficoltà di vivere nel dopoguerra d'Europa. Se il bambino di De Sica toccava il fondo dell'amarezza e della confusione, Malik sembra uscire dall'avventura provvisto di strumenti adeguati per affrontare la vita." (Tullio Kezich, LA REPUBBLICA, 28/3/1986)
"Quel che è certo è che si tratta di un bel film e che è ad un film come questo che è legata la prospettiva di un "nuovo cinema" jugoslavo. Dire la verità sorridendo non è, d'altronde, un problema di Belgrado." (Lino Miccichè, L'AVANTI, 30/3/1986)
"Commedia dai risvolti malinconici e agrognoli, PAPA' E' IN VIAGGIO D'AFFARI è anche lo spaccato di un microcosmo familiare, rivissuto attraverso gli occhi dei componenti più in erba: Malik e il fratello che già armeggia attorno alla pellicola cinematografica. V'è un tocco di tenerezza e non poco humour in Kusturica, che dipinge ritrattini e quadretti soffusi di calore, colmi di sapori, moderato nel governo dei mezzi espressivi, generoso nel tirar le somme. Alcuni personaggi secondari sono indimenticabili: il nonno, il medico di origine russa, il sorvegliante di Masa al confino. E l'amore tra Malik e la bambina, colpita da una malattia incurabile, è quanto di più delicato e di non lacrimevole un regista fosse capace di inventare." (Mino Argentieri, RINASCITA, 19/4/1986)
"...Malik sembra destinato a passare, un giorno, dall'ingenuità alle furberie di chi prende la vita come viene, evitando d'impegnarsi; la sua smorfietta finale preannuncia un certo cinismo, che è forse poi quello stesso dell'autore." (Bir., IL MESSAGGERO, 26/3/1986)

1986
ARRIVEDERCI RAGAZZI
(Au revoir les enfants)
Louis Malle
Francia
Con: Gaspard Manesse, Raphael Fejto, Francine Racette, Stanislas Carré de Malberg.
Parigi, 1944. L'undicenne Julien Quentin ed il fratello Francois sono costretti a separarsi dalla madre a causa della guerra e della situazione che sta diventando critica in città e nel mondo. I due fratelli arrivano nel collegio Sainte-Croix tenuto dai Gesuiti dove, con altri ragazzi benestanti, riprendono la loro vita di studenti. Dopo un po', nello stesso collegio arrivano anche altri tre ragazzi più grandi e uno di questi, Julien, diventa amico di Jean Bonnet. Jean è un ragazzo intelligente e sensibile, ma timido e misterioso. La vita del collegio, intanto, scorre normalmente: si proiettano film divertenti, si va a fare la doccia ai bagni municipali, si fanno scherzi più o meno graditi. Solo quando il cibo inizia a scarseggiare e il freddo si fa più pungente, i ragazzi avvertono che fuori c'è la guerra, con le retate della Gestapo e i bombardamenti sulla città. Julien comincia a sapere, inoltre, qualcosa di più sul suo amico Jean: che è ebreo, che si nasconde sotto un nome falso e che corre grossi pericoli e li fa correre a tutti coloro che lo proteggono. Nel collegio c'è anche Joseph, un ragazzo zoppo che lavora come sguattero e si arrangia con il mercato nero. Joseph, un giorno, viene scoperto e licenziato. Allora, per vendetta, denuncia alla Gestapo la presenza dei tre ragazzi ebrei nella scuola. I tedeschi fanno irruzione nel collegio e perquisiscono ogni angolo. Il panico e il terrore si impadroniscono dei ragazzi; i tre ebrei vengono scoperti e arrestati assieme al rettore che li aveva nascosti. Julien capisce allora l'orrore e le aberrazioni di quel tragico momento storico: in modo traumatico cessa di essere fanciullo per diventare un adulto consapevole del male che gli uomini possono fare ai propri simili in una circostanza drammatica come la guerra.
Leone d'Oro a Venezia nel 1987, questo secondo film esplicitamente autobiografico di Malle (dopo "Il soffio al cuore") dovrebbe rientrare di diritto nelle videoteche di tutte le scuole. Molti gli spunti di riflessione: l'amicizia tra ragazzi che non conosce barriere, la crudeltà della guerra, il ruolo delle istituzioni, il coraggio dei religiosi, le vittime innocenti... Il dramma della deportazione e dell'olocausto degli ebrei è, qui, vissuto dal regista attraverso gli occhi di Julien, ma va sottolineata anche la mestizia degli altri ragazzi del collegio che, nella scena finale, seguono impotenti l'arresto dei tre ebrei e del superiore.
"Dalle memorie, un ricordo; di cui Malle, anche con me, aveva parlato spessissimo: quello di un bambino ebreo, suo compagno di studi, che, nascosto sotto falso nome nel suo stesso collegio nel terribile inverno del '44, veniva scoperto dai tedeschi e deportato con altri tre ragazzini ebrei e il religioso che dirigeva il collegio dove erano stati accolti. Avviati tutti, subito dopo, a morte. Su questo ricordo, sedimentato per oltre quarant'anni, il film. Un'azione che, pur costruita con infinita cura, anche questa, come i sentimenti che a poco a poco invadono i suoi climi, sembra tessuta solo di eventi piccolissimi: il saluto alla mamma in stazione a Parigi prima di prendere il treno che porterà nel lontano collegio di provincia il piccolo Julien, il protagonista in cui Malle si è nascosto; l'arrivo, i superiori, gli altri compagni, l'incontro con un nuovo compagno che viene presentato come Jean Bonnet, ma in cui Julien sospetta quasi subito un mistero, gli studi, le ricreazioni, un film proiettato in classe, una esercitazione in campagna con i rituali dei boys-scouts, una visita della mamma da Parigi, metà mondana metà tenera, l'amicizia sempre più forte per quel nuovo compagno che sa suonar bene il piano, sa, in classe, molto più degli altri, è il più sveglio ma anche il più triste, con una famiglia di cui non parla ma che si intuisce lontana, uno scontro con un ragazzo di cucina dedito alla borsa nera e, per questo, espulso. Con una immediata ritorsione: una sua spiata che conduce subito all'arresto e alla deportazione di Jean Bonnet, del superiore e di alcuni altri ragazzini ebrei lì a loro volta sotto falso nome. (...) Un'opera altissima, un capolavoro. Di quelle che al cinema si affacciano una volta ogni dieci anni." (Gian Luigi Rondi, in RIVISTA DEL CINEMATOGRAFO, 1987, Ottobre)
"Ispirato a un fatto vissuto da Malle, il film racconta con tono sommesso (e a tratti commovente), la fine dell'infanzia e il traumatico inizio dell'età adulta per chi, all'improvviso, conosce la brutalità e l'assurdità degli uomini contro i loro simili. Interessante, anche se marginale nel contesto del film, la figura del giovane che fa la spia, quasi per vendicarsi del suo handicap (è zoppo) e della sua povertà. Molto belle la lettura proibita delle "Mille e una notte", la corsa nel bosco e la proiezione in collegio di "Charlot emigrante"." (DIZIONARIO DEI FILM, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini & Castoldi"
"ARRIVEDERCI RAGAZZI è una di quelle storie che aiutano le persone a essere migliori. Casi rari, eccezionali per la loro bellezza. Come lo è la vicenda del dodicenne Quentin, come lo è quel collegio immerso in una guerra lontana e assurda, come lo è il tempo dei giochi che scorre anche in un mondo stravolto. Bello può essere il racconto di un dolore forte, come la separazione di due amici piccoli, o la descrizione di come uno strappo violento acceleri il diventar grandi. Questo è ARRIVEDERCI RAGAZZI, film importante, delicato, buono. Un film capace di una cosa difficilissima: saper parlare di bambini, come se si fosse bambini." (Walter Veltroni, CERTI PICCOLI AMORI, Sperling & Kupfer Editori)
"Un film autobiografico di Malle, che compensa l'ovvietà dell'assunto con una particolare sensibilità verso i ragazzi e i loro sentimenti." (Magazine TV riportato anche in CinEnciclopedia 2 - 1994 Editoria Elettronica Editel, Archivio cinematografico dell' Ente dello Spettacolo)
"Commovente, complesso, implacabile denuncia di un'epoca barbara che a volte si tende a dimenticare, quando sembra ancora dietro l'angolo." (Teletutto, riportato in CinEnciclopedia 2 - 1994 Editoria Elettronica Editel, Archivio cinematografico dell' Ente dello Spettacolo)
"AU REVOIR LES ENFANTS è il mio più bel film. E' il film che avrei voluto girare agli inizi di carriera, ma che per varie circostanze solo ora mi è stato possibile realizzare. Ho messo in immagini, con la mia capacità di cineasta, i miei ricordi d'infanzia. (...) Se dovessi morire presto, mi piacerebbe che i miei figli pensassero a AU REVOIR LES ENFANTS come al mio testamento spirituale. (...) Di certo posso dire che in quelle due ore di attesa nel cortile gelido, mentre si aspettava con angoscia la fine di quella tragedia che incombeva su di noi senza che potessimo agire per cambiarla, nel vedere portar via il padre superiore e il mio amico, sono maturato. Ho compreso per sempre cosa sia la violenza, cosa sia la fedeltà a certi principi. Questo l'ho imparato in quella gelida mattina del gennaio 1944." (Maria De Falco Marotta, "Intervista a Louis Malle", riportata in RIVISTA DEL CINEMATOGRAFO , Ottobre, 1987)
Per le notizie biografiche di Louis Malle, vedere il film ZAZIE NEL METRO
(1960).

1987
NUOVO CINEMA PARADISO
Giuseppe Tornatore
Italia
Con: Philippe Noiret, Salvatore Cascio, Marco Leonardi, Jacques Perrin.
Due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, a Ciancaldo, un paese della Sicilia, il cinema è l'unico divertimento. Davanti ad una platea chiassosa ed emotiva, il parroco-gestore del "Cinema Paradiso" fa passare sullo schermo celebri film americani e italiani (preventivamente "ripuliti" di baci scandalosi). L'operatore di professione è Alfredo, ma il piccolo Salvatore, un bambino di dieci anni, figlio di un disperso in Russia, gli sta perennemente attaccato alle costole, nonostante le botte che prende dalla madre. Una sera, durante la proiezione in piazza di un film comico, la cabina si incendia e Alfredo rimane ustionato al volto e alle mani. Una volta rinnovato il "Cinema Paradiso", Salvatore, ormai adolescente, prende il posto di Alfredo, diventato cieco, e vive le sue prime esperienze affettive. Ma il suo amore per Elena, una ragazza benestante, è contrastato dal padre della ragazza; per questo, quando lascerà il paese per svolgere il servizio militare, non riceverà più alcuna risposta alle numerose lettere che le scrive. Dopo il servizio militare, Salvatore, seguendo i consigli di Alfredo, lascia Ciancaldo e va a Roma, dove diventa un affermato regista. Passano gli anni: a Salvatore arriva la triste notizia della morte di Alfredo. Allora, egli torna al suo paese per partecipare ai funerali del suo grande amico, ma trova tutto cambiato e il "Nuovo Cinema Paradiso", ormai fatiscente, è demolito sotto i suoi occhi e sotto lo sguardo triste dei compaesani. Salvatore rivede anche Elena, sposata e con figli, e tra i due c'è un momento di rimpianto e di tenerezza per un amore perduto. Quando Salvatore torna a Roma, porta con sè anche una "pizza" che Alfredo ha conservata per lui: dentro ci sono spezzoni di pellicola "proibita" tagliati, a suo tempo, per ordine del prete-gestore. La proiezione di quei reperti costituisce per Salvatore il simbolo dell'immortalità del cinema, nonostante la crisi nella quale è precipitato.
Giuseppe Tornatore
(Bagheria, 1956 -)
Dopo essersi occupato di fotografia, si dedica per qualche tempo al teatro. A soli 16 anni cura l'allestimento teatrale di due opere di Pirandello e di De Filippo. Il passaggio al cinema avviene con la realizzazione di numerosi documentari. Successivamente collabora a lungo con la RAI per la quale, come regista, realizza alcuni programmi. Il suo esordio nella regia cinematografica di lungometraggi avviene nel 1987 con IL CAMORRISTA, tratto dal libro di Giuseppe Marrazzo. L'opera che lo rivela come uno degli autori più interessanti del giovane cinema italiano e che lo fa rientrare in quel novero di autori sui quali molte speranze si sono puntate per tentare una via di rinnovamento e di uscita dalla crisi entro la quale, ormai da anni, si dibatte la nostra cinematografia, è NUOVO CINEMA PARADISO. Il film, sotto vari profili, ripropone una riflessione esistenziale e professionale sul cinema, il cinema di una volta e il cinema di oggi, un universo da tempo scomparso e che resta, tuttavia, vivo anche se solo nella memoria, in contrapposizione a un universo, quello attuale, che invece ha perduto la sua ragione di essere e la sua originale identità.
Altri suoi film: STANNO TUTTI BENE (1990), l'episodio IL CANE BLU di LA DOMENICA SPECIALMENTE (1991), UNA PURA FORMALITA' (1994), L'UOMO DELLE STELLE (1995), LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO (1998). MALENA (2000), LA SCONOSCIUTA (2006).
Premio speciale a Cannes, Oscar per il miglior film straniero, NUOVO CINEMA PARADISO ha subito uno strano iter. Prima criticato e boicottato, poi (in una versione più ridotta) osannato in tutto il mondo, è stato visto come uno splendido "atto di amore" nei confronti del cinema. La prima parte, quella relativa all'infanzia di Salvatore, è sicuramente la più riuscita. L'interpretazione del piccolo Totò Cascio, al fianco di Philippe Noiret, non si dimentica facilmente; ma non si dimentica nemmeno la suggestione della coralità paesana: chi ha vissuto in un paese (soprattutto, ma non solo, in Sicilia) e ha frequentato le sale parrocchiali, non può non riconoscere negli spettatori descritti da Tornatore volti, amici e personaggi di un tempo che non c'è più.
"Questo appassionato film di Tornatore è la prova lampante di come si possano raccontare storie italiane senza incorrere nel provincialismo. La parte finale, per quanto non equilibrata nel ritmo, dà al film una completezza di significato che la versione ridotta non aveva." (Francesco Mininni, Magazine Italiano TV riportato in CinEnciclopedia 2 - Editoria elettronica Editel dell'archivio cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)
"Una rassegna di storia e costumi patri dal punto di vista di una sala di provincia, e soprattutto la fenomenologia di un modo di consumare il cinema che si è perduto: quando i preti tagliavano le scene di baci, e il pubblico rideva e piangeva con i film di Totò, John Ford e Matarazzo. La prima parte, quella più cinefila, è molto più riuscita della seconda, dedicata agli amori di Salvatore e al suo ritorno nel paesello. (...) Un "amarcord" dolceamaro, superficiale e accattivante, da cui si finisce, volenti o nolenti, con l'essere catturati." (DIZIONARIO DEI FILM a cura di Paolo Mereghetti, Ed. Baldini & Castoldi)
"...NUOVO CINEMA PARADISO è prodotto tangibile di un cinema concreto ed efficace, che sa raggiungere il pubblico senza giocarsi la reputazione. (...) Un'opera che è da amare totalmente nei suoi primi sessanta minuti abbondanti, dedicati al flash-back sugli anni d'oro del cinema in provincia, quando la sala era la caverna delle ombre nella quale la tribù umana si riuniva per vivere, sognare, mangiare, parlare, fare l'amore nelle ultime file, scherzare, crescere, e da ripudiare senza mezzi termini nell'ultima parte, quella patetica e melensa dedicata al ritorno di Salvatore a Giancaldo e soprattutto alla ricerca di Elena, al ricordo del loro amore, agli scontati chiarimenti sui perché della loro separazione: troppo "telenovela" per farsi accettare."
(Massimo Causo, FILM, Centro Studi Cinematografici, novembre-dicembre 1988, n.2)
"Celebrazione malinconica della morte del cinema in sala, nelle cadenze di un melodramma popolare, rivisitato con l'ottica smaliziata di un cineasta europeo e, insieme, profondamente siciliano e di talento." (Laura e Morando Morandini, Telesette, riportato in CinEnciclopedia 2 - Editoria elettronica Editel dell'archivio cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)

1988
SALAAM BOMBAY
Mira Nair
India
Con: Shafiq Syed, Sarfuddin Quarrassi, Nana Patekar, Raghubir Yadav.
Krishna, un bambino di circa 10 anni, dopo avere lavorato in un circo, approda a Bombay, alle dipendenze di un venditore di thè. Il suo scopo è quello di racimolare 500 rupie per poter tornare nel suo paese natale che ha dovuto abbandonare dopo aver dato fuoco alla moto del fratello maggiore. Il quartiere è, però, uno dei più malfamati della capitale indiana e Krishna si trova a contatto di affamati, drogati, prostitute, ragazzi abbandonati. Conosce, tra gli altri: Baba (il boss del quartiere), sua moglie Rekha (una prostituta), la loro figlioletta Manju, Chillum (un piccolo spacciatore che lavora per Baba) e "Sedici rose", una giovane nepalese ancora vergine portata con la forza nel "Bordello 109" per soddisfare le richieste di un facoltoso cliente che vuole una prostituta vergine. E' proprio nei riguardi di "Sedici rose" che Krishna sente particolare affetto e, un giorno, tenta di fuggire con lei appiccando il fuoco al materasso. La fuga dei due ragazzi non riesce e Baba interviene presso la tenutaria incaricandosi di avviare con dolcezza e convinzione "Sedici rose" alla prostituzione. Intanto Chillum, che ha tenuto per sè i soldi spillati ad un turista, viene liquidato da Baba e, dopo aver inutilmente girovagato per la città, nonostante l'aiuto di Krishna, muore per overdose. Krishna, che continua a sognare il suo ritorno nel paese, non solo viene licenziato dal venditore di thè, ma non trova più nel suo nascondiglio segreto nemmeno i soldi raggranellati fino a quel momento. Per sopravvivere, si arrangia, assieme agli altri ragazzi, partecipando a furti organizzati collettivamente e facendo lavori occasionali. Una sera, dopo aver fatto i camerieri in una festa, i ragazzi stanno facendo ritorno al loro quartiere e, all'approssimarsi di un cellulare della polizia, fuggono; ma Krishna, tornato indietro per soccorrere Manju, viene bloccato e portato nel carcere minorile. Mentre Manju, in quanto figlia di prostituta, finisce in un orfanotrofio, Krishna riesce a fuggire e a far ritorno nel quartiere. Qui trova "Sedici rose" ormai addomesticata che si allontana con il maturo cliente che l'aveva richiesta, e Rekha che ha deciso di abbandonare per sempre Baba. Il boss non vuole che Rekha vada via e Krishna, intervenuto in soccorso della donna, lo pugnala. Poi scappa con lei per le vie della città, ma la perde di vista quasi subito a causa della folla esaltata che festeggia il dio-elefante Ganesh. Rimasto solo, il bambino estrae dalla tasca la trottola della sua infanzia e scoppia a piangere.
Mira Nair
(Bhubaneshwar, 1957 - )
Giovane regista che con SALAAM BOMBAY! realizza il suo primo lungometraggio. Praticamente sconosciuta in Occidente, riesce a far parlare di sè alla 41ma edizione del festival di Cannes, quando il pubblico e la critica si dimostrarono entusiasti del suo film. In SALAAM BOMBAY! la regista (e, con lei, lo sceneggiatore Sooni Taraporevala) ha tentato un coinvolgimento diretto nel vissuto quotidiano di centinaia di ragazzini che popolano i quartieri più miserabili di Bombay. Lo ha fatto richiamandosi in più punti alla lezione del Neorealismo italiano: usando attori non professionisti (per la preparazione dei quali ha impiegato una notevole mole di lavoro in modo che potessero rappresentare se stessi senza soggezione della macchina da presa), scegliendo storie tratte dalla vita reale, non ricorrendo a un finale positivo, cercando di rimanere estranea ai fatti. Altri suoi film: MISSISSIPPI MASALA (1990), KAMASUTRA (1996), MONSOON WEDDING (2001), GLI OCCHI DELLA VITA (2002), 11 SETTEMBRE 2001 (episodio INDIA) (2002), LA FIERA DELLA VANITA’ (2004), IL DESTINO NEL NOME (2006)
Il film rappresenta uno spaccato desolato e desolante di una certa India contemporanea: quella dei derelitti, degli emarginati, di coloro che ricorrono ad ogni espediente pur di poter sopravvivere. In questo universo di miseria sono coinvolti a tutti i livelli anche i bambini. E sono proprio i bambini che fanno da protagonisti in SALAAM BOMBAY!; non solo, quindi, Krishna, ma anche la piccola Manju, "Sedici rose", il gruppo dei monelli al quale Krishna si aggrega e lo stesso Chillum (ragazzone cresciuto troppo in fretta e troppo presto rimasto vittima della voracità dell'ambiente).
"Nair riesce a descrivere in maniera rigorosa e senza cedimenti verso nessun sentimentalismo una realtà dominata dalla violenza; una violenza che non lascia spazio al sorriso nemmeno per gli innocenti; una violenza che contamina tutto e tutti e contro la quale è del tutto impossibile ribellarsi. E' la violenza in famiglia che spinge Krishna ad abbandonare il suo paese e ad approdare casualmente a Bombay; è la violenza degli adulti che costringe la piccola Manju a separarsi dalla madre ogni qualvolta questa deve incontrarsi con i suoi clienti; è la violenza della polizia che preleva Krishna e Manju dalla strada per portarli rispettivamente al riformatorio e all'orfanotrofio; è infine ancora la violenza della folla che separa Krishna e Rekha in fuga verso una realtà lontana dalla presente. Nel rappresentare tutto questo universo, la regista usa un linguaggio espressivo estremamente chiaro e lineare, attraverso il quale ogni cosa viene spiegata e nulla è omesso o sottinteso. Anche se questo eccesso pedagogico può costituire un limite alla tenuta narrativa del film, c'è da dire tuttavia che Mira Nair ha obbedito ad un imperativo morale, attorno al quale è stata concepita e costruita tutta quest'opera." (Carlo Tagliabue, FILM, Centro Studi Cinematografici, marzo-aprile 1989, n.4)
"Applauditissimo alla 41ma edizione del festival di Cannes, SALAAM BOMBAY! è il lavoro che ha consacrato al pubblico internazionale la regista indiana Mira Nair. Film girato da pochissimi attori professionisti e da molti dei ragazzi che quotidianamente si guadagnano da vivere sulle strade della caotica città di Bombay. Storia tratta dalla realtà delle vite vissute da questi giovani che tentano di sopravvivere nella multiforme e contraddittoria civiltà indiana".
"Intelligente, sensibile, un formidabile inno alla vita." (LIBERATION) - "...è un film sorprendentemente allegro, anche in un mondo senza speranze." (THE NEW YORK TIME) - "...è come un fiore lussurioso: profumato, bello e ribelle." (STARFIX) (Giudizi riportati sulla copertina della videocassetta DOMOVIDEO)
"Opera prima della regista, uno spaccato dell'India contemporanea un po' troppo pensato a uso e consumo del mercato occidentale: la poesia dei bambini che ci guardano e quella dei fiori nel fango. Ben confezionato, coinvolgente, con una svolta narrativa assai abile: ma rimane qualche lecito dubbio." (DIZIONARIO DEI FILM a cura di Paolo Mereghetti, Ed. Baldini & Castoldi)

1989
SCUGNIZZI
Nanni Loy
Italia
con: Leo Gullotta, Pino Caruso, Aldo Giuffrè, Gerardo Scala.
Un gruppo di ragazzi minorenni, detenuti per vari reati nell' Istituto Minorile di Nisida, si accinge a mettere in scena al teatro "San Carlo" di Napoli un musical di beneficenza. Animatore a regista dell'iniziativa è Assante, uno squattrinato imbonitore televisivo con aspirazioni artistiche, che spera di ricavare un utile economico dall'operazione. La preparazione dello spettacolo è stata travagliata e viene rivissuta in flashback tra una scena e l'altra. Scopriamo, in tal modo, non solo le storie individuali dei ragazzi che si alternano sul palcoscenico, ma anche il ruolo che alcuni spettatori hanno avuto in esse. Con il dipanarsi della vicenda, i canti, le coreografie e i balletti "usciranno" dal copione e diventeranno brani di vita vissuta.
Nanni Loy
(Cagliari, 1925 - Fregene, 1995)
Assistente di Luigi Zampa, firma con Gianni Puccini la regia di due interessanti film comici - PAROLA DI LADRO (1957) e IL MARITO (1958) - prima di realizzare da solo AUDACE COLPO DEI SOLITI IGNOTI (1959), il cui successo gli permette di girare due film di grande impegno civile ispirati alla resistenza: UN GIORNO DA LEONI (1961) e LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI (1962). La sua produzione successiva è caratterizzata da un sempre decoroso mestiere. Ricordiamo, tra gli altri, MADE IN ITALY (1965), IL PADRE DI FAMIGLIA (1967), ROSOLINO PATERNO' SOLDATO (1970), DETENUTO IN ATTESA DI GIUDIZIO (1971), SISTEMO L’AMERICA E TORNO (1973), CAFE' EXPRESS (1980), MI MANDA PICONE (1984), AMICI MIEI ATTO III (1985), PACCO, DOPPIOPACCO E CONTROPACCOTTO (1993), A CHE PUNTO E' LA NOTTE (realizzato per la TV nel 1994). Rilevante anche la sua attività televisiva, soprattutto dopo il successo di SPECCHIO SEGRETO (1964). Muore nell'agosto del 1995, mentre è in vacanza a Fregene, stroncato da infarto.
Il limite tra la finzione e la realtà - sempre molto sottile nel teatro come nella società - diventa a Napoli quasi impercettibile. E questo perché, tra tutte le città italiane, Napoli è certamente la più contraddittoria e la più teatrale. Tutto, in essa, è spettacolo: fingere un incidente e morire veramente, portare un santo in processione e girare per le strade con il carretto, puntare una pistola giocattolo e ferire con un coltello vero, far finta di vendere caffè e spacciare droga, preparare fuochi artificiali e perdere le mani, affacciarsi dai balconi e razzolare come "zoccole" nei bassi, urlare di gioia in mezzo alle strade per la conquista della Coppa UEFA e piangere all'interno di un cellulare, morire di fame e sentirsi Maradona, imbrogliare ed essere onesti...
Nanni Loy - che in una intervista rilasciata nel 1975 a G. L. Rondi ha dichiarato: "Lo sforzo di informare correttamente lo spettatore su alcuni episodi storici o problemi della società contemporanea ha caratterizzato, forse da sempre, il mio lavoro di regista" - ha voluto proporre, in SCUGNIZZI, uno dei problemi più scottanti della nostra società: quello delle devianze dei minori. La sua denuncia, passando attraverso la finzione dello spettacolo e sottolineando la funzione terapeutica dell'animazione teatrale, è un invito alla meditazione anche per lo spettatore distratto, per quella "gente, magnifica gente di questa città; vicina e distante dalla nostra realtà".
"... Forse perché vi ha vissuto da ragazzo (a Napoli Nanni Loy aveva una nonna e uno zio), forse perché il ricordo di questa esperienza infantile è talmente radicato in lui da non poter essere cancellato, il fatto è che tra il regista sardo e la città partenopea c'è un feeling del tutto particolare. D'altra parte il non essere un napoletano verace garantisce a Nanni Loy quel non coinvolgimento che per certi versi gli consente il necessario distacco critico, per altri l'attrazione e la simpatia per Napoli provocano quella condiscendenza che rappresentò il limite del tedesco Werner Schroeter nel film NEL REGNO DI NAPOLI. Al film SCUGNIZZI - la situazione giovanile presa nella spirale del deterioramento sociale e vista attraverso i riflessi che dalla finzione del palcoscenico si riverberano nella realtà - Nanni Loy pensava già da diverso tempo, da quando ebbe occasione di assistere a uno spettacolo messo in scena dai ragazzi del Riformatorio di Nisida. Il film ha avuto un avvio travagliato. Doveva essere realizzato un paio di anni fa da Luigi e Aurelio De Laurentiis, poi le cose si sono trascinate avanti più del previsto, Nanni Loy si è ammalato e il progetto è appassito, finché a ridargli vita è stato il produttore Gianni Di Clemente. (...) Dopo MERY PER SEMPRE di Marco Risi, l'allarmante situazione giovanile determinata dai gravi squilibri sociali delle città del Mezzogiorno e il suo riflesso all'interno dei carceri minorili tornano dunque alla ribalta con SCUGNIZZI. Ma se la chiave di Risi era quella drammatica, legata alla denuncia sociale del fenomeno, quella di Nanni Loy alterna alla falsariga del musical i motivi agrodolci della commedia corale di costume." (Enzo Natta, Famiglia Cristiana, 8-11-'89)
"Qualche momento eccessivamente patetico e la presenza di alcuni elementi troppo veristici, vengono compensati dalla evidente sincerità del regista nel trattare il tema." (Segnalazioni Cinematografiche, CinEnciclopedia 2, 1994, Editoria Elettronica Editel, Dall'archivio cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)
"Dall'ultima mostra di Venezia, dove la giuria assegnò una delle tre Oselle d'oro (e di consolazione) al talento musicale dei suoi giovani interpreti, mi venne da dire, che SCUGNIZZI ha tre autori. In ordine di merito, se non di importanza, sono C. Mattone che ha composto le musiche, E. Porta che l'ha scritto e N. Loy che l'ha ideato e diretto. (...) In un certo senso SCUGNIZZI rimanda a CHORUS LINE, famoso musical di Broadway, ma spaccato in due, con la finzione del palcoscenico che si avvicenda con la realtà della vita. Era un'idea bella e ambiziosa, ma non ha trovato una forma, uno stile. Tutto o quasi funziona nella parte della finzione scenica; quasi niente in quella della vita dove abbondano gli stereotipi, le cadute di gusto, gli slittamenti demagogici (quel finale con lo scugnizzo onesto nell'ingorgo!), le concessioni al folklore più risaputo, le stonature." (M. Morandini, Il Giorno, 19-10-'89).
"SCUGNIZZI è davvero un film unico. Necessariamente, da vedere." (Sauro Borelli, L'unità, 13-10-'89)
"I protagonisti sono bravissimi, intensi e spontanei e anche altamente professionali. Le loro voci, i loro volti, i loro movimenti vengono dritti dall'anima e dal cuore di una città. Insomma, ancora una volta si dimostra che a Napoli c'è il meglio della cultura italiana dello spettacolo, un tesoro che aspetta di essere usato dal nostro cinema. Loy questo tesoro se l'è trovato per le mani e lo ha sprecato, per cinismo e per volgarità. Per volgarità ha trovato comodo infarcire il film di stereotipi e battutacce. (...) E il cinismo? Il cinismo sta nella decisione di non rischiare, di percorrere le vie "più sicure" tra quelle che portano al riso del pubblico. Il cinismo sta nella decisione di ridurre in questo modo, ancora una volta, il dolore di Napoli a folclore, ora con la siringa al posto del vecchio mandolino." (R. Escobar, Il Sole 24 ore, 22-10-'89)
"Un pasticcio sociomusicale dallo spirito caritatevole e dai risultati patetici e irritanti. Travestiti in lacrime, inni al ragù e alle "zoccole", e verità profonde come "La camorra è il mestiere per i giovani" o "In questo paese se vuoi fare l'uomo, devi sparare, spacciare o morire ucciso". Il "West Side Story" dei piccoli carcerati finisce per essere un'ennesima sceneggiata folcloristica. Bravi, comunque, i giovanissimi attori non professionisti." (DIZIONARIO DEI FILM a cura di Paolo Mereghetti, Ed. Baldini & Castoldi)
"Chiarissimo l'intento di proporre un quadro avente al proprio centro i giovani reclusi ma riferentesi ad un contesto più ampio e più profondo." (BERGAMO-OGGI 6/2/1990)

1990
SOGNI (Akira Kurosawa's dreams)
Akira Kurosawa
Giappone
Con: Mitsunori Isaki, Toshimiko Nakano, Chishu Ryu, Martin Scorsese.
Il film è composto di otto sogni-episodi. Essi sono, nell'ordine: "Sole attraverso la pioggia", "Il pescheto", "La tormenta", "Il tunnel", "Corvi", "Fujiama in rosso", "Il dèmone che piange", "Il villaggio dei mulini". La presenza dei ragazzi è rilevante nel primo, nel secondo e nell'ottavo.
Queste le trame:
1° episodio: SOLE ATTRAVERSO LA PIOGGIA. Secondo un'antica leggenda giapponese, non si deve guardare in quei rari momenti in cui la pioggia appare frammista al sole: è allora che due volpi vanno a nozze. Malgrado l'avvertimento della madre, un bimbo curioso spia, tra gli alberi del bosco, un bizzarro corteo di volpi in ricchi costumi da cerimonia. A casa trova che qualcuno gli ha portato un minaccioso pugnale. La madre lo sgrida e gli ordina, pena la morte, di andare per boschi e prati e di riportare il pugnale in una tana che si trova dove sorge l'arcobaleno.
2° episodio: IL PESCHETO. Un bambino, che sta servendo il thé alla sorella e ad altre sue amichette, è convinto che in casa ci sia un'altra misteriosa bambina. Deriso, dopo averla vista ancora una volta, la segue e la perde davanti a un pescheto che è stato scioccamente tagliato dagli uomini. Strane creature in antichi vestiti hina gli dicono che la festa delle bambole, a causa di quel massacro di alberi, non potrà più essere celebrata. Il bambino se ne addolora e piange; allora, l'imperatore gli concede di far rivivere per pochi istanti il meraviglioso pescheto di un tempo, in un turbinio di petali rosa. Alla fine, spariti tutti gli altri, riappare nella collina la meravigliosa fanciulla di prima che si trasforma in pesco.
8° episodio: IL VILLAGGIO DEI MULINI. In un idilliaco villaggio dai molti mulini, la vita scorre tranquilla e serena come il fiumicello che l'attraversa. Arriva un visitatore e, dopo avere osservato dei bambini che depongono dei fiori su una pietra dove anni prima è stato sepolto un estraneo, si imbatte in un vecchio saggio ultracentenario, ancora intento al suo lavoro. L'uomo apprende dal vecchio che in quel paese la natura è rispettata ed amata. Si sente una musica allegra: è un funerale. Una vecchia di 99 anni, il primo amore del vegliardo, sta per essere accompagnata alla sepoltura da tutto il paese. Il vecchio si veste a festa, le va incontro, danza e si mette alla testa del corteo funebre, tra i bambini che lanciano fiori.
Akira Kurosawa
(Tokio, 1910 – Setagaya, 1998)
Ultimo di sette figli, subisce l'influenza del padre, discendente di una famiglia di samurai, e del fratello Heigo, intellettuale e appassionato di cinema. Il suo impegno nel cinema comincia facendo il "benshi", il commentatore di film muti. Deve al fratello la formazione di una cultura eterogenea che lo porta ad amare la musica e la pittura, a prediligere i classici russi (Dostoevskij e Tolstoj, su tutti) e Shakespeare, ad apprendere le lezioni cinematografiche di John Ford, Renoir e Mizoguchi. Dal 1920 al 1928 ha la possibilità di conoscere i più grandi registi del tempo e nel 1929 fa parte della "Lega degli artisti proletari". Nel 1932 suo fratello Heigo si suicida e per Akira Kurosawa comincia un brutto periodo superato solo nel 1936, quando viene assunto da una casa di produzione cinematografica e collabora con Kajiro Yamamoto, che sarà il suo migliore maestro. Nel 1941, per una divergenza di motivi ideologici, si separa da Yamamoto e inizia la ricerca di un suo personale indirizzo artistico. Scrive un'infinità di soggetti puntualmente bocciati dalle commissioni cinematografiche di stato e solo nel 1943 può realizzare il suo primo lungometraggio SUGATA SANSHIRO, ovvero LA LEGGENDA DEL GRANDE JUDO. Il film ottiene successo e la casa di produzione Toho gli commissiona, nel 1945, una seconda puntata. Dopo la guerra scopre per la prima volta una certa libertà di espressione. I film che realizza, pur avendo alterne fortune, lo segnalano ben presto tra i registi più apprezzati del suo paese. Le storie che racconta - spettacolari, avventurose e introspettive - contengono ripetuti richiami al teatro No e al teatro Kabuki giapponese. Nel corso della sua lunga carriera sperimenta generi diversi e sembra ricoprire tutte le tendenze del cinema contemporaneo. Resta importante nella sua filmografia la collaborazione con Toshiro Mifune, conosciuto durante le riprese di SULLA CIMA DOVE LA NEVE E' D'ARGENTO di Taniguchi. Nel 1950, con RASHOMON, vince il Leone d'Oro a Venezia e l'Oscar e si impone sugli schermi di tutto il mondo. Il successo gli permette di fondare anche una sua casa di produzione: la "Kurosawa Films Production". L'insuccesso parziale di BARBAROSSA (1965) lo porta a lavorare in America, ma si accorge che la commercializzazione del cinema hollywoodiano non coincide con il suo concetto di cinema. Ritornato in patria, fonda (con Kinoshita, Ichikawa e Kobayashi) la società di produzione indipendente "I quattro cavalieri". Colpito da un "male oscuro", accentuato dal parziale insuccesso della società, tenta il suicidio, ma poi l'incontro con Sergej Gersimov e il successo di DERSU UZALA (1975) gli restituiscono l'entusiasmo. KAGEMUSHA (1980), RAN (1985) e SOGNI (1990) costituiscono altri successi e tappe importanti della sua carriera.
Altri suoi film da ricordare: UNA MERAVIGLIOSA DOMENICA (1947), L'ANGELO UBRIACO (1948), UN CANE RANDAGIO (1949), L'IDIOTA (1951), VIVERE (1952), I SETTE SAMURAI (1954), IL TRONO DI SANGUE (1957), LA FORTEZZA NASCOSTA (1958), LA SFIDA DEL SAMURAI (1961), ANATOMIA DI UN RAPIMENTO (1963), DODES'KA-DEN (1970), RAPSODIA IN AGOSTO (1991).
Si segnalano i tre episodi di SOGNI come tre "perle" dell'opera di Kurosawa. In essi i bambini ricoprono un ruolo primario per i messaggi di cui si fanno portatori: il rispetto degli animali, della natura, della vita. Ci sono in questi tre episodi (ma anche in tutto il film) indicazioni importanti su come va affrontata l'esistenza e sui valori che bisogna difendere.
Sotto l'aspetto prettamente tecnico, il film si presenta come una "summa" della eccezionale bravura del regista giapponese: colore, musica, inquadrature, dialogo, scenografia, recitazione... Insomma: un film da non perdere.
"E' molto spiacevole vivere nella nostra società dove tutto è soggetto a progresso. Non ci si può impedire di sognare una vita migliore. Bisogna che le cose cambino..." (Akira Kurosawa in un'intervista rilasciata a Yoshio Shirai e altri e riportata su AKIRA KUROSAWA, pubblicato dall'Istituto Giapponese di Cultura, 1980)
"Kurosawa in genere delude quando il discorso si fa esplicito e predicatorio, o quando fa troppo affidamento sul fascino di coreografie e colori scintillanti. Non mancano, tuttavia, momenti autenticamente visionari o allucinanti, messi in scena in modo spoglio e arcano; né si può negare la sincerità dell'ispirazione dell'anziano maestro." (DIZIONARIO DEI FILM , a cura di Paolo Mereghetti, Baldini & Castoldi)
"SOGNI è uno spettacolo grandioso ed affascinante. Il maestro giapponese, non a torto chiamato "l'imperatore", lo regge sul triplice versante della tenerezza per l'infanzia, del culto per le tradizioni e di una denuncia piuttosto vibrata della guerra e del crimine nucleare. (...) La tradizione è squisitamente nipponica nel corteo di maschere che accompagna un bambino disubbidiente nel "Sole attraverso la pioggia". Non avendo rispettato il divieto materno di uscire mentre piove, il piccolo dovrà fare karakiri e col suo pugnale si avvia verso un paesaggio montuoso; ma già risplende l'arcobaleno. Sarà pure perdonato il ragazzino del "Pescheto", essendo commosso l'Imperatore dalla sua ingenuità: un germoglio farà rivivere la rigogliosa fioritura del tempo passato. (...) Grande pagina dove zufoli, strumenti a fiato, xilofoni e suon di cetra ci riportano alle antiche emozioni del cinema giapponese." (Gregorio Napoli, IL GIORNALE DI SICILIA, 13/5/1990)
"Dall'infanzia alla vecchiaia, in una sorta di autobiografia onirica, Kurosawa
parte dal recupero degli stupori dell'innocenza e arriva ai rimpianti dell'età grave, passando per i drammi e le tragedie del tempo di mezzo, evocando l'angoscia per l'incombente distruzione totale e dopo avere reso omaggio a un venerato artista, esternato il desiderio di identificazione con la sua arte somma, tanto solare quanto carica di inquietudini (e il regista ha voluto come interprete un collega suo ammiratore, Martin Scorsese)." (BERGAMO-OGGI, 13/5/1990)
"Con la pacatezza e la saggezza della vecchiaia che solo i grandi poeti racchiudono in sé, Kurosawa riesce a trasformare una materia intima e privata come quella del sogno in un sommesso ma vibrante testamento narrativo e visivo." (VIVILCINEMA 1990, 22-23)
"Che dire di SOGNI se non che nel titolo stesso pare che il regista riconosca il pericolo di inconsistenza che corre la sua immaginazione? Ma Kurosawa è un creatore imbattibile di immagini. Un certo numero di immagini incantevoli ci rimane nella memoria; ad esse dobbiamo alla fine l'aspetto positivo di questo film altrimenti deludente." (Alberto Moravia, L'ESPRESSO, maggio 1990)
"Il suo film, questa volta, l'ha costruito unicamente su dei sogni, otto, tanti quanti sono gli episodi in cui si divide. Alcuni sono autobiografici, e allora si rifanno a ricordi e a fantasticherie dell'infanzia, altri, pur mantenendo il tono dell'evento sognato (o immaginato) sono soprattutto delle meditazioni in cifre d'incubo: sulla morte, sulla guerra, sulla natura contaminata." (Gian Luigi Rondi, IL TEMPO, 14/5/1990)
"...Ma è straordinario il funerale gioioso che conclude SOGNI: "La vita è bella, entusiasmante", dice un vecchio centenario. E sfilano nel corteo funebre molti interpreti dei vecchi film di Kurosawa, mentre il personaggio che rappresenta l'autore si toglie il cappello davanti al concludersi festoso di una lunga esistenza realizzata e feconda." (Lietta Tornabuoni, PANORAMA, 27/5/1990)

1991
ULTRA'
Ricky Tognazzi
Italia
Con: Claudio Amendola, Ricky Menfis, Alessandro Tiberi.
Il venticinquenne Luca, soprannominato Principe, capo dei più scatenati ultrà romanisti, dopo due anni trascorsi in carcere per un episodio di violenza, torna in libertà alla vigilia di una partita di calcio tra la squadra della Roma e quella della Juventus. Egli intuisce che molte cose, durante la sua assenza, sono cambiate e che Red, il suo migliore amico, si è innamorato della sua ex ragazza (Cinzia). I due non trovano il coraggio di dirgli che si amano e che hanno progettato di trasferirsi insieme a Terni, dove sperano di trovare lavoro. Il gruppo degli Ultrà parte per Torino e Red accetta di condurre con sè anche Fabio, il fratellino undicenne di Cinzia, appassionato tifoso. Durante la notte, trascorsa in treno, affiorano gli attriti latenti fra Principe e Red. Principe si vanta insistentemente davanti all'amico degli ardenti rapporti amorosi avuti con Cinzia, qualcuno allude al probabile trasferimento di Red a Terni, e Red trova finalmente il coraggio di confessare a Principe la verità. La mattina seguente, appena giunti a Torino, gli ultrà romanisti sono accolti da una sassaiola, prima ancora di scendere dal treno, e trovano alla stazione la polizia e gli ultrà avversari, con i quali scoppiano subito tafferugli che causano lunghi accertamenti in questura, in modo che i romanisti giungono allo stadio quando la partita è già iniziata. La tensione e la rabbia degli ultrà esplodono in modo drammatico nei gabinetti dello stadio e Principe, per un fatale errore, accoltella lo Smilzo, un buon ragazzo timido e infantile che era accorso in suo aiuto. Mentre lo Smilzo muore tra le braccia di Red, questi, che ha intuito come si sono svolti i fatti, decide di tenere per sè il terribile segreto. Principe, invece, divelti alcuni tubi per usarli come spranghe, guida i più scalmanati alla vendetta.
Ricky Tognazzi
(Milano, 1955 - )
Figlio d'arte (suo padre Ugo è stato uno dei più popolari attori italiani degli ultimi anni), dopo avere maturato una discreta esperienza di attore, esordisce come regista girando l'episodio "Fernanda" nel film PIAZZA NAVONA. Il suo primo lungometraggio a soggetto è del 1988: PICCOLI EQUIVOCI. Il film "colpisce per la misura con cui racconta, senza forzature stilistiche o recitative, usando lo spazio di un appartamento in cui si ritrovano più personaggi, storie d'amore incrociate, di infelicità, di insicurezza e nevrosi, riuscendo ad accordare i diversi toni in un concerto da camera per la sua generazione." (Gian Piero Brunetta, CENT'ANNI DI CINEMA ITALIANO, Laterza). Sicuramente più riuscito è il suo secondo film - ULTRA' (1991) - con il quale Tognazzi vince il premio come miglior regista (suscitando qualche polemica) al Festival di Berlino. Altri suoi film: LA SCORTA (1992), VITE STROZZATE (1995), CANONE INVERSO (2000)
Pur non avendo entusiasmato la critica, ULTRA' ha il merito di avere portato sullo schermo l'argomento della violenza negli stadi che è spesso oggetto di discussione nei dibattiti sportivi. Tognazzi è riuscito a raccontare una storia sul calcio e sulla passione dei tifosi senza fare vedere nemmeno uno squarcio di partita, quasi a volere sottolineare che, spesso, gli ultrà non sono interessati allo sport, ma si servono di esso per scaricare i loro istinti di violenza. Da evidenziare, in questo film, la presenza del piccolo Fabio che, per la prima volta in vita sua, partecipa ad una trasferta. Egli non ha ancora la cattiveria di un vero ultrà, ma sembra avviato inevitabilmente verso una strada pericolosa: appare, infatti, almeno fino a quando non scoppia la tragedia, affascinato dalle "gesta" dei grandi e vorrebbe emularle. C'è, tuttavia, un barlume di speranza che si proietta sul suo futuro: la presa di coscienza di Red (che, nella storia, è il suo "tutore") e il rifiuto di partecipare ad ulteriori atti di violenza.
"Siano nel realismo più crudo, accentuato da un ricorso al romanesco che potrà accrescere l'insofferenza per i comportamenti bestiali." (Giovanni Grazzini, IL MESSAGGERO, riportato anche su CinEnciclopedia 2, 1994, Editoria Elettronica Editel, Archivio Cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)
"... i pretesti sociologici e documentaristici c'entrano poco con la storiella che fa da filo conduttore, ma è indubbia la voglia di guardare all'Italia con uno sguardo nuovo. Tognazzi, che è stato premiato come miglior regista (!) al festival di Berlino, si è documentato intervistando tifosi, che poi a film finito, ovviamente, hanno protestato." (DIZIONARIO DEI FILM, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini & Castoldi)
"Ammiriamo la disinvoltura registica di Tognazzi con le perplessità suscitate dai narratori buoni a tutte le storie e della scelta di un soggetto tanto evocato nei dibattiti sui tumultuosi dopo partita da lasciare poco margine a una trattazione dai connotati originali." (Alfio Cantelli, IL GIORNALE, riportato anche su CinEnciclopedia 2, 1994, Editoria Elettronica Editel, Archivio Cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)
"Tognazzi ha scritto una sceneggiatura precisa e grandiosamente trucibalda, in cui la violenza del linguaggio è necessaria e scientifica." (Irene Bignardi, LA REPUBBLICA, riportato anche su CinEnciclopedia 2, 1994, Editoria Elettronica Editel, Archivio Cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)
"Tognazzi è ormai un regista solido e sicuro, di qualità molto serie." (Gian Luigi Rondi, IL TEMPO, riportato anche su CinEnciclopedia 2, 1994, Editoria Elettronica Editel, Archivio Cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)
"Il giovane autore (...) è molto abile nella scelta e nella facile direzione di un coro d'interpreti, professionisti e non, quasi perfetto, attraverso un uso appropriato del dialetto romano e del gergo calcistico è in grado di rappresentare con efficacia il mondo giovanile della tifoseria estremistica. Ma ULTRA' non convince appieno proprio per il naturalismo eccessivo della messa in scena, che solo in poche sequenze diventa stile (e interpretazione della realtà) oltre che spettacolo popolare di alto coinvolgimento. (...) Curiosamente, il gruppo di ultrà, ritratto da Tognazzi con pennellate essenziali e vigorose, riesce credibile e al tempo stesso indefinito, sfuggente come la partita di cui nel film si parla sempre e per cui si viaggia, si lotta, si vive, e alle volte si muore, ma che non ci è mai dato di vedere, con sottile allusione all'abisso che separa la sana passione per lo sport dalla faziosità distruttiva." (Pietro Sola, FILM, Centro Studi Cinematografici, gennaio-febbraio 1991, n.3)
"Efficace, duro, vittimista, sentimentale, il film sembra rimanere esterno al fenomeno, esterno e sommario nel disegno dei personaggi." (Lietta Tornabuoni, LA STAMPA, riportato anche su CinEnciclopedia 2, 1994, Editoria Elettronica Editel, Archivio Cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)
"Unendo il tema del disagio giovanile e quello più specifico della violenza legata allo sport e alle sue manifestazioni, Tognazzi osserva con occhio freddo e analitico le miserie di una bestialità che appare gratuita: ma sa esprimere con il cuore la sua volontà di capire."(Mirella Poggialini, L'AVVENIRE, riportato anche su CinEnciclopedia 2, 1994, Editoria Elettronica Editel, Archivio Cinematografico dell'Ente dello Spettacolo)

1992
IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO
Lina Wertmuller
Italia
Con: Paolo Villaggio, Ciro Esposito, Maria Esposito, Adriano Pantaleo.
Per un errore del Provveditorato agli Studi, il maestro Marco Tullio Sperelli viene trasferito dalla Liguria a Corzano, un paese della Campania. A Sperelli è assegnata una terza classe elementare che dovrebbe avere venti alunni, ma che, in realtà, è frequentata regolarmente solo da tre, quattro allievi. Bravo, sensibile e onesto com'è, il maestro non si perde d'animo e va a recuperare gli alunni per la strada e nelle case "sgarrupate" in cui abitano. A poco a poco il maestro conosce tutti i suoi allievi e scopre la loro furbizia e la loro intelligenza. Nella classe ci sono tipi di ogni genere: la bambina che fa la tenera con lui (Rosinella), lo scugnizzo intelligente e svelto (Vincenzino), il guappo già implicato con la camorra (Raffaele). Un giorno, Sperelli, malgrado la sua mitezza, dà un sacrosanto ceffone a Raffaele e il gesto da una parte suscita reazioni di vendetta nel ragazzo, ma dall'altra gli propizia definitivamente il massimo rispetto di tutta la classe. Anche i genitori dei ragazzi finiscono per avere fiducia in lui. La madre di Raffaele, disperata per la sua situazione familiare, si rivolge a lui anche per essere accompagnata all'ospedale e qui, Sperelli, con un altro gesto per lui insolito, si impone al personale e riesce ad ottenere l' immediata sistemazione della donna. Tutti i ragazzi ora sono affezionati al maestro, compreso Raffaele che si è allontanato dalle pericolose amicizie, ma Sperelli aveva a suo tempo chiesto il trasferimento. Arriva la comunicazione tanto attesa e Sperelli che, giorno dopo giorno, si era lasciato incantare dal clima e dal calore umano di Corzano, non riesce a fare salti di gioia. Tutta la classe, con la direttrice e i padroni di casa (un po' bizzarri, ma con lui sempre delicati e premurosi) è alla stazione per salutare il maestro che se ne va per sempre. C'è anche Raffaele che, nel ringraziarlo, gli consegna il suo tema sulla fine del mondo. Sperelli è commosso e, in viaggio, legge il tema del ragazzo. Raffaele parla del giudizio di Dio, di morti e di tragedie, ma la sua chiusura è piena di speranza. Scrive, infatti: "Io speriamo che me la cavo".
Lina Wertmuller
(Roma, 1928 - )
Il suo vero nome è: Arcangela Felice Assunta Wertmuller von Elgg Spanol von Braueich.
Inizia la sua attività seguendo corsi di regia teatrale e lavorando nella compagnia di burattini di Maria Signorelli. Dopo aver collaborato alla radio e alla televisione, è aiuto regista di Fellini in OTTO E MEZZO e, nel 1963, debutta con I BASILISCHI. Il vero successo arriva con MIMI' METALLURGICO FERITO NELL'ONORE (1972), ritenuto dai critici il suo migliore film. In seguito le si riconoscerà padronanza di mestiere, messa a servizio di commedie all'italiana, confezionate tenendo presente interessi di mercato. Molti gli attori da lei diretti, fra i quali vanno ricordati: Stefano Satta Flores, Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Candice Bergen, Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Turi Ferro e Paolo Villaggio.
Curiosa la caratteristica dei titoli chilometrici di alcune sue opere, tra le quali si segnalano: FILM D'AMORE E D'ANARCHIA (1973), TRAVOLTI DA UN INSOLITO DESTINO NELL'AZZURRO MARE DI AGOSTO (1974), PASQUALINO SETTEBELLEZZE (1975), LA FINE DEL MONDO NEL NOSTRO SOLITO LETTO IN UNA NOTTE PIENA DI PIOGGIA (1978), FATTO DI SANGUE TRA DUE UOMINI A CAUSA DI UNA VEDOVA (SI SOSPETTANO MOVENTI POLITICI) (1979), E UNA DOMENICA SERA DI NOVEMBRE (1981), SCHERZO DEL DESTINO IN AGGUATO DIETRO